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Riso italiano: legge ferma al 58 e nessuna regolamentazione

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Riso e confusione: per una volta, la colpa non è dell’Unione Europea, ma di una legge italiana che favorisce gli equivoci da sessant’anni.

Non c’è chiarezza, nel mercato del riso italiano, in merito alle caratteristiche organolettiche che un determinato prodotto dovrebbe avere e la responsabilità di tutto ciò va attribuita ad una legge del 1958 che, intendendo introdurre dei criteri di semplificazione, ha poi finito, in realtà, per alimentare essenzialmente una grande confusione.

Chicchi diversi, stesso nome.

Secondo la normativa ancora oggi vigente nel nostro Paese, varietà diverse di riso possono essere vendute con la stessa denominazione se i loro chicchi hanno aspetti e dimensioni simili.

Questo significa che nell’elenco dei tipi di cereale bianco che il Ministero aggiorna annualmente, a fianco delle categorie fondamentali di riso riconosciute che sono:

-Carnaroli

-Baldo – Roma

-Arborio

-Rosa Marchetti

-Ribe

compaiono anche altri tipi di riso somiglianti per forma e grandezza: così, ad esempio, nella colonna dedicata al Carnaroli, figurano anche le qualità Poseidone, Carnise e Caravaggio che non raggiungono per nulla i livelli qualitativi del Carnaroli puro, ma che possono, comunque, in base alla legge del 58, essere confezionati e venduti fregiandosi della più nobile etichetta di “Carnaroli”.

Pertanto, il consumatore posto dinanzi ad una confezione di riso che dichiara una certa appartenenza di gruppo, si trova nella più completa impossibilità di verificare la correttezza di quanto viene riportato sull’etichetta.

E’ chiaro, inoltre, che le varianti similari ai prodotti più raffinati hanno sempre costi di produzione inferiori e garantiscono, quindi, maggiori margini di lucro rispetto agli originari.

Forse, a questo punto, l’unico criterio parzialmente valido per orientarsi tra gli scaffali di un supermercato risulta essere quello dei prezzi: quando, infatti, ci si imbatte in un Carnaroli da due euro al chilo, la cosa dovrebbe insospettire…ma non è detto neanche che la scatola da 5/6 euro lo contenga poi veramente!

Ed è proprio per cercare di ovviare a questi equivoci che potremmo definire, senza timore di esagerare, dei veri e propri imbrogli legalizzati che, tra i coltivatori, sono cominciate a nascere alcune iniziative concepite a tutela dell’immagine del prodotto e , di conseguenza, anche di una spesa più consapevole da parte dei consumatori.

Un nuovo marchio

Un’idea di Coldiretti, Camera di Commercio e Ascom di Pavia ha, ad esempio, portato alla creazione ed al deposito del marchio collettivo “il Carnaroli di Carnaroli Pavese”, il solo in grado di dare certezze, al cliente che acquista un riso, sul fatto che questo sia stato coltivato proprio da uno dei 28 produttori di Carnaroli attivi nella provincia di Pavia.

Il nuovo marchio non risolve certamente i problemi di confusione che continueranno a prevalere nei negozi e nei supermercati, ma se non altro consentirà, a chi voglia gustare pienamente il sapore di un Carnaroli, l’opportunità di poterlo fare, contattando direttamente il sito Carnarolidicarnaroli.it.

Altra iniziativa analoga è quella che ha interessato il riso Arborio, troppo spesso confuso con il Volano o il Vulcano: recentemente, infatti, l’Arborio puro ha ottenuto il riconoscimento IGP, sole se coltivato nel delta del Po.