Agricoltura: il vero settore su cui puntare

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I giovani ritornano con idee ed entusiasmi nuovi alle occupazioni dei loro avi: l’agricoltura è un affare e non un ripiego

Ancora agli inizi del 900 il nostro era un Paese essenzialmente di agricoltori.Poi lo sviluppo industriale, gli Anni del Boom ed in tempi più recenti la rivoluzione del terziario avanzato, hanno finito per ridurre in misura rilevante il numero degli italiani coinvolti in attività agricole.

Il trend è stato questo, almeno sino al manifestarsi della grave crisi economica che il mondo intero ha iniziato a vivere a partire dal 2008: l’impossibilità per molti giovani di trovare lavoro nei settori dell’industria e dei servizi, li ha spinti a riconsiderare l’opzione di fare ritorno alle origini, verificando che redditività e soddisfazioni morali potevano venire anche da un oliveto o da una serra di basilico…

Università,PIL e occupazione

E non è un caso, quindi, se le facoltà universitarie di Agraria sono tra quelle che, dal 2013, hanno fatto registrare i maggiori incrementi di iscrizioni (con una media del 40%).

Si tratta di scelte di vita e di lavoro probabilmente vincenti se consideriamo, ad esempio, che negli ultimi cinque anni il valore aggiunto dell’Agricoltura italiana  è cresciuto costantemente, anche nei momenti in cui il PIL perdeva magari due punti percentuali (2013).

Sempre nello stesso periodo, anche l’export del nostro comparto agroalimentare ha continuato a prosperare, generando, tra l’altro, importanti ricadute positive sul versante occupazionale.

D’altra parte, l’agricoltura è una delle poche vere eccellenze che sono rimaste all’Italia, come del resto documenta una recente rilevazione di Fondazione Symbola (Fondazione per le Qualità Italiane), quando ci segnala che sono ben 77 i prodotti nei quali la nostra quota di mercato è tra le prime tre al mondo e 23 quelli in cui è la prima.

Si tratta di primati che sono figli dell’eccelsa qualità delle nostre produzioni e non c’è un’agricoltura in Europa che abbia la stessa capacità di creare valore aggiunto come quella italiana.

Da noi un ettaro di terra produce 1989 euro di valore aggiunto, vale a dire circa il doppio di Spagna e Francia ed il triplo dell’Inghilterra.

La nostra è anche una delle coltivazioni più pulite del Continente, con 814 tonnellate di gas serra emesse per ogni milione di euro generato: si confrontino i dati di Inghilterra che di tonnellate ne genera 1935,  di Germani (1339 t.) o di Francia (1249 t.).

In fine, è anche un’agricoltura che si caratterizza per i suoi livelli affidabili di sicurezza, con percentuali bassissime (intorno allo 0,2%) di prodotti che abbiano presentato residui chimici con dati oltre la norma (mentre la media europea si assesta sull’1%).

La variante biologica

Altro elemento qualificante dell’ Agricoltura nazionale è dato dal suo primato nelle coltivazioni biologiche: nessun Paese europeo ha tanti produttori bio quanti ne ha l’Italia, con oltre 52.000 operatori ed una superficie lavorata che cresce ad un ritmo di 70.000 ettari all’anno.

Sviluppi produttivi e nuove aree di mercato

La ragione di tutti questi risultati confortanti va, indubbiamente, ricercata anche nell’innesto di menti giovani e di pensieri moderni in un contesto di mestieri antichi.

La correlazione con nuove tecnologie e conoscenze sta veramente modificando i connotati del mondo agricolo, che tende a divenire sempre di più un comparto capace di differenziare le proprie potenzialità, integrando quelle legate al tradizionale sbocco con finalità alimentare, con altre innovative e tali da dare vita ad una piattaforma sulla quale si impiantano diversi altri tipi di attività industriali: dal tessile, alla chimica, all’energia.

Bioeconomy

Stiamo parlando di Bioeconomy, un vasto contenitore che comprende tutte le produzioni sostenibili di risorse biologiche rinnovabili e le loro conversioni: si va dai mangimi ai prodotti “bio base” come le bioplastiche, i biocarburanti e le bioenergie.

Un settore appena nato, ma che in Italia supera già i 250 miliardi annui di giro d’affari e conosce una fase di sviluppo continuo.

Pensare il futuro, partendo dalle tradizioni

Il ritorno alle origini, a quel mondo rurale che storicamente ha coinvolto generazioni e generazioni di uomini e donne si conferma, dunque, non soltanto un’alternativa valida per il presente, ma anche (e soprattutto) una prospettiva vincente per il futuro del nostro Paese.