Sai cosa compri? il 20% dei cibi stranieri non è in regola

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Attenzione a quello che compriamo: il 20% dei cibi stranieri non è in regola con le normative nazionali

Nel  corso del Forum Internazionale sull’Agricoltura e sull’Alimentazione che si è tenuto recentemente a Cernobbio, sono emersi alcuni aspetti decisamente inquietanti in relazione a non pochi cibi stranieri che in Italia importiamo tranquillamente dall’estero, senza farci troppi scrupoli.

Risulta, infatti, che circa il 20% dei prodotti agroalimentari esteri presenti sul nostro mercato non rispettano le garanzie vigenti nel nostro Paese in tema di ambiente, salute e lavoro.

Vediamo insieme i due settori fondamentali nei quali molti produttori stranieri ignorano le più elementari regole di correttezza e di civiltà

Lavoro

1) Lavoro: la FAO ha censito ben 108 milioni di bambini che vengono sfruttati nell’agricoltura in vaste aree dell’Africa, dell’Asia e del Sud America. Dalle risaie del Vietnam agli agrumeti della Turchia, dallo zucchero di canna della Colombia al cacao della Costa d’Avorio, sono numerosissimi gli alimenti che sono stati messi sotto accusa da un’indagine del Ministero del Lavoro USA, proprio nel 2018.

Ma non mancano neanche i casi di lavoro forzato, come l’allevamento in Brasile e la cattura del pesce in  Tailandia.

Ambiente e salute

2) Ambiente e salute: che dire, inoltre, dell’utilizzo incontrollato di prodotti chimici che mettono a rischio la salute sia dei lavoratori, che dei consumatori?

Ad esempio, i pesticidi che vengono usati in Equador per le banane ed in Costarica per l’ananas (rispettivamente il 50% ed il 90% del consumo italiano!) sono vietati in Italia da decenni.

Per non parlare dei tanti prodotti ittici che arrivano dall’Asia, contaminati da metalli pesanti o delle nocciole e dei fichi secchi di provenienza turca che spesso contengono aflatossine cancerogene.

Perché tutto questo avviene?

Spesso l’importazione di cibi che, se fossero prodotti nel nostro Paese, verrebbero immediatamente ritirati dal mercato, avviene in virtù di particolari accordi commerciali ( bilaterali o multilaterali ) tesi a favorire la crescita economica di nazioni in via di sviluppo, consentendo loro di esportare in Europa a “dazio zero”.

In questo senso, il caso che è stato recentemente al centro di non poche polemiche, è quello dell’olio d’oliva tunisino che, grazie appunto ad una completa esenzione fiscale, ha finito per penalizzare notevolmente gli affari dei nostri olivicoltori locali.

Quali sono i prodotti “incriminati”?

1) Cacao dalla Costa d’ Avorio: sfruttamento lavoro minorile

2) Riso dal Vietnam:                  sfruttamento lavoro minorile

3) Agrumi dalla Turchia:            sfruttamento lavoro minorile

4) Fiori dall’Equador:                 sfruttamento lavoro minorile

5) Pesce dalla Tailandia:            lavoro forzato

6) Banane dall’Equador:             impiego eccessivo di pesticidi

7) Ananas dalla Costarica:          impiego eccessivo di pesticidi

8) Pistacchi dall’Iran:                   aflatossine cancerogene

9) Nocciole e fichi secchi

                  dalla Turchia:             aflatossine cancerogene

10) Fragole dall’Egitto:                 aflatossine cancerogene

11) Lenticchie dal Canada:          trattate con erbicida glifosato vietato in Italia

                                                        

12) Riso dalla Birmania:               espropriato alla minoranza Rohingya vittima di genocidio.